Gli analfabeti di Facebook, ovvero come nutrire un troll

Questa è una storia vera, e come tutte le storie vere, un poco fa ridere e un poco fa tristezza.

Nasce dal trionfo di Obama – non quello di qualche giorno fa – quando il candidato alla Casa Bianca ha rivelato al mondo la forza straordinaria del social network: sull’onda del suo successo i politici italiani, da Formigoni al più oscuro degli assessori di un piccolo comune, ha scoperto che il social potrebbe pagare in termini di successo elettorale.

Già qui il primo errore: il social, e il virale, non sono cartelloni da affiggere su autostrade mediatiche nei quali scrivere slogan, suppongono interelazione, comunicazione biunivoca, ottima conoscenza e competenza del media, e nervi saldi: tutto quello che il triste Formigoni non ha, e basta vedere il video per comprenderlo.

Sull’onda di politici più celebri, qualche settimana prima delle primarie PD nella mia città, sulla mia pagina Facebook iniziano ad apparire annunci sponsorizzati di uno dei candidati, del quale, per esasperazione e per legittima curiosità, vado a vedere la pagina.

Il giovane (quarantenne) esordiente della politica si presenta colmo di entusiasmo e di fotografie degne della miglior cresima di paese, incravattato (che fa serio) ma sorridente (che fa giovane), elencando come programma politico una serie di luoghi comuni degni di Monsieur de Lapalisse: le cose che tutti vorremmo, più verde, più parcheggi, più lavoro, più eventi, più cultura.
Ovviamente questa presentazione di un programma che è un CTRL-C/CTRL-V dal vademecum del “bravo elettorando” che io non ho mai veduto ma di cui sospetto l’esistenza, senza alcuna vera relazione con le problematiche di una città come Treviso nella quale 20 anni di governo leghista hanno cancellato ogni forma di vita culturale peggio della candeggina sui germi, fa scintillare i miei occhietti di troll.

Chiedo quindi al giovane e incravattato candidato PD se sia possibile, invece di inserire un copia/incolla, avere un programma concreto di quanto egli si propone di fare per la città, ottenendo come risposta un “la nostra sede è via XY, se vuoi saperlo devi venire qui”.
Il troll che si agita dentro di me prende forza, e rispondo – trolleggiando – chiedendo quando il nostro giovane e sorridente si sia bevuto il cervello, specificando che se mi intasi la colonna destra di Facebook spendendo denaro per invitarmi a leggere la tua pagina, il minimo che mi aspetto è di leggere un programma non di dover prender un appuntamento.

Ovviamente il mio intervento viene allegramente cancellato dalla bacheca del potenziale candidato: niente da fare ragazzi, se vuoi sapere davvero cosa si propone il giovinotto devi:
a – prender un paio d’ore di ferie e/o sacrificare parte del tuo tempo libero;
b – prendere l’automobile e inquinando in una città dove i PMI ormai non si misurano per evitare scoperte preoccupanti, dirigerti nottetempo nel luogo del convegno;
c – tornare a usare Facebook come tutti dovrebbero fare: per giocare a Farmville e pubblicare foto di gattini.

Esempio di foto di gattino da postare su Facebook

Il giovane e sfigato esponente di una generazione che dovrebbe conoscere la rivoluzione del social network, comprenderne le potenzialità e scegliere consapevolmente di utilizzarle per comunicare contenuti e proposte è stato ovviamente trombato alle primarie della città: e ne sono stata lieta, non tanto per esser stata censurata da costui, visto che avevo consapevolmente scelto un linguaggio da troll, ma perchè non ritengo moralmente accettabile che un quarantenne accenda il computer per contare i “Mi piace” su di una pagina senza riflettere sull’impegno che gli viene chiesto per trasformare quei “Mi piace” in un dialogo.

I social media hanno il grande vantaggio di poter trasformarsi in veicoli di comunicazione rapidi, a basso costo, semplici da usare e in grado di immergere le relazioni tra le persone nella quotidianità: al tempo stesso puniscono l’arroganza, l’ignoranza, la scelta di trasformare un dialogo in un monologo, la volontà di salire in cattedra e predicare.
Il social media presuppone un contradditorio, o la sua possibilità: sfuggirlo o peggio ancora non accettarlo significa che, ahimè, l’età anagrafica spesso ha poco o nulla a che vedere con l’età mentale.

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