Un colpo allo stomaco

 

da Bored Panda, l’immagine dedicata #do you see it Now

Il senso di imbarazzato fastidio, o di pietà con la quale la condivisione di quest’immagine è stata stracommentata girovando nei social (qualcuno arrivando a chiedermi di toglierla dalla bacheca perchè disturbante) mi spinge a qualche riflessione, buttata la per far fronte al senso di vergogna che opprime chiunque veda la morte composta di Aylan (le altre immagini dedicate da illustratori e artisti sono qui )

Riflessione numero 1

Il linguaggio dell’immagine è meno crudo e meno violento di quello che la comunicazione media delle Onlus fa passare all’interno dei palinsesti: bambini dal ventre gonfio, bambini picchiati, affamati, resi ciechi o schiavi; tuttavia bambini vivi, che possono appiattire il senso della pietà con la speranza che riescano a sopravvivere grazie alla telefonata o alla donazione.
Non è mica così vero: il linguaggio della comunicazione che aggredisce chi sta inforchettando la pasta non può e non deve nascondere che la realtà media è che quei bambini vivi che vediamo hanno un’aspettativa di vita così ridotta da poterci indurre a pensare che nel tempo che passa tra la foto/il video siano già morti: eppure non li percepiamo come disturbanti, perchè sembra che qualcuno si stia occupando di loro, lavandoci la coscienza, e le mani, dai nostri piccoli egoismi.

Prima della tragica morte nel viaggio della speranza di Aylan qualcuno ricorda la campagna di Save The Childern ?

E’ datata 15 febbraio 2014: dove eravamo mentre succedeva, tutti noi ?
Non era disturbante, angosciante, avvoltoiesca: probabilmente per quello non ha mosso il mondo come la sta muovendo l’immagine scattata per Reuter.

 

la campagna Save the Children per i bambini Siriani

Il sospetto è che le immagini – disturbanti, terribili, angoscianti – che vengono utilizzate pertengano all’immaginario della comunicazione e quindi dei linguaggi filtrati: una semantica psicologica che ci induce a vederle non come immagini ma come prodotto/servizio da acquistare, perdendo il contatto con la realtà che rappresentano per diventare scene immaginarie che de-contestualizzano l’ansia trasformandola in scelta d’acquisto.

Riflessione 2

Ogni guerra ha la sua immagine simbolo. Di un bambino.

La foto simbolo dell’invasione nazista della Polonia

La bambina di Hiroshima

Che immagini di questo tipo diventino il simbolo del rifiuto della guerra pertiene al nostro standard di mammiferi, che riconoscono il cucciolo e tendono a difenderlo dalle aggressioni, come se il linguaggio cedesse il posto a qualcosa che sta nella corteccia cerebrale: quella in corso nel Mediterraneo e alle frontiere dei paesi ricchi è una guerra, e ne ha ottenuto lo status anche grazie alla sua immagine simbolo.

Riflessione 3

Al prossimo che leggo con il suo “poteva essere mio nipote/figlio” mi parte il vaffanculo: la necessità che dimostra di doverci immedesimare attraverso la prossimità e il paragone per fare delle scelte eticamente consapevoli puzza di carità più pelosa di un tappeto di capra: no, specifichiamolo bene, Aylan non era figlio o nipote, ma nella foto non è nero, non è africano, è vestito con la cura con cui si veste un bambino europeo.

Però era curdo: cosa sia stata la tragedia del popolo curdo, consumata sotto i nostri occhi e spesso sponsorizzata dalla chimica del Nord del mondo, non serve mica dirlo.

Oggi tedeschi e austriaci salutano, in nome di un bambino morto, l’arrivo dei profughi siriani nel nostro piccolo mondo; l’Inghilterra dichiara di aprirsi all’accoglienza; all’Italia resta l’effettiva difficoltà di gestire un’emergenza che ha i tratti della tragedia alla quale si assiste impotenti: Salvini.
Cosa avevate capito ?

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Hashtag, Facebook, SEO: come stiamo imparando a scrivere ?

Gli hashtag su Facebook, ovvero come ricapitolare quel che è successo e capire i perchè.
La premessa è fondamentale: Luisa Bruni è, insieme ad Emma Francesconi e Stefania Lucchetta, la terza grazia del mio trio ideale quando rifletto sul design del gioiello, in parte perchè conosco tutte e tre personalmente, in parte perchè ritengo che in qualche modo l’eleganza, l’ironia, la forza siano in questi anni decisamente “donna”

Plink di Luisa Bruni

Quindi quando oggi si chiedeva, su Facebook, cosa fossero quelle cose sottolineate, m’è venuto spontaneo spiegarle, che significa fare un ragionamento anche sulle dinamiche delle parole della rete.
Innanzitutto, ecco una definizione di hashtag: perchè magari a forza di usarla non sappiamo da dove deriva la parola.
Lo scopo dell’hashtag sembrerebbe quindi quello di offrire la possibilità di rielaborare semanticamente i contenuti di un post per tradurli in centri di interesse: se scrivo di #semantica, e se scrivo per comunicare, utilizzando l’hashtag consento a chi sta cercando informazioni up-to-date sulla semantica di rintracciarle inserendo la parola chiave come ricerca.

E’ una cosa buona: di fatto serve a sistematizzare attraverso concetti il contenuto del post, un po’ come se quando si inizia a scrivere di qualche argomento si avesse esattamente in mente quali saranno i concetti esplicitati, seguendo una traccia ideale.
E’ una cosa pessima: la nuvola di hashtag che è stata generata causa un cortocircuito da sovrainformazione.
Ho fatto la prova utilizzando un termine banale, dal contenuto bi-univoco: #WoW.
Per chiunque è semplicemente un’interiezione atta ad esprimere meraviglia, entusiasmo e piacevole senso di sorpresa.
Per molti è l’acronimo di World of Warcraft, il più diffuso dei MMORPG, e significa ore passate a pestare sulla tastiera alla ricerca della rotazione migliore.
Considerato che l’hashtag è utilizzato per entrambe le definizioni, chiunque cerchi notizie sul proprio amato gioco tra gli hashtag di Facebook non sarà in grado di rintracciare quello di cui ha bisogno, affogato in un mare indeterminato di contenuti che non hanno nulla a che vedere con quello che sta cercando: un surplus di informazione che diventa inutilizzabile.

L’hashtag su facebook genera comportamenti SEO black-hat: quello che Google tenta di frenare attarverso il nuovo algoritmo Penguin 2 (ahahahah, farlo uscire in estate è stata la carognata vera dei ragazzi di Mountain View) diventa pratica giornaliera nei social network: basta fare una ricerca utilizzando termini di ampio spettro (#sesso, #moda) o termini dall’appeal alto sul mercato (#audi, #chanel) per scoprire che la maggioranza dei post che utilizzano gli hashtag sono imbottiti di termini-chiave che hanno poco o nulla a che fare con il contenuto del post, della nota o del link.

Suggerimenti best practice per utilizzare al meglio quello che, vorrei ribadirlo, non è un obbligo ma un’opportunità?
Selezionare con attenzione i contenuti, non infarcire i propri scritti di hashtag casuali, evitare di voler imporre la comunicazione attraverso indicazioni fasulle: nel momento in cui il lettore scopre che l’offerta non ha nulla a che vedere con la sua domanda il rischio è che vada in berserkr.
E a quel punto, l’abbiamo perso.