Scrivere SEO ci piace davvero? L’antiestetica della servoscrittura.

Immagine

Cercando la conferma in rete sulla presenza o meno di alcune ricette che volevo inserire nel mio blog dedicato alla cucina dietetica e trovandone effettivamente qualcuna che ho forzosamente dovuto espungere dalla mia lista (per quanto continui a cucinarle), mi sono soffermata su una riflessione dopo aver letto alcuni blog di colleghi o colleghe webwriter.

Scrivere SEO, controllando la densità delle keywords, inserendo shortcuts e trucchi per ottimizzare la registrazione e l’indicizzazione da parte dei motori di ricerca dei contenuti del blog genera uno stile di scrittura talmente ed esageratamente standardizzato e costretto a ruotare intorno a concetti elementari, che non tiene conto della grazia fatta di arabeschi di una lingua che deve necessariamente, per articolarsi e rendersi comprensibile, enuclearsi attraverso coordinate, subordinate e incisi da dare la sensazione, per chi legge, che non sia di fatto un autore a scrivere, ma una sorta di bot che genera semantiche randomiche sulla base di analisi matematiche del periodo.

La creatività, e l’originalità dei primi blogger si va spegnendo sotto la dura legge dell’indicizzazione, così che invece di dettare lo stile di scrittura non sono più i modi, le letture, i percorsi culturali o le passioni, ma Google: perfetto se quanto vado scrivendo è una sorta di informazione, o di manualizzazione di informazioni.Ottimo se devo spiegare come si riavvia un modem, o come inserisco foto di gattini du Facebook (attività lodevole e primaria), o come prenoto un viaggio on line: per tutte quelle operazioni che non attengono di fatto alla sfera dell’opinione e della creatività, ma si qualificano, in qualche modo, come servizio all’utente, al quale poco interessa leggere qualcosa di interessante/divertente/coinvolgente, ma che usa la rete come un gigantesco manuale di istruzioni per qualsiasi cosa.

panda

Panda (Google?)

Qualcuno potrebbe dire che scrivere per il web significa piegarsi in ogni caso – a patto di non essere un professionista scelto e pagato proprio per il proprio stile da un newsmagazine o da un quotidiano – scrivere con lo scopo principale di essere letto, e che il metodo migliore per essere letto è quello di risultare bene indicizzato da Panda (ripreso qui a fianco mentre sgranocchia un webwriter) .

Come se di fatto fosse venuto meno il concetto di “cosa scrivo” a favore del concetto di “quanto appaio”.
Una rinuncia d’ufficio allo stile, all’impronta personale e alla scelta di comunicare non per contenuti ma per keywords che potrebbe, alla lunga, generare nei lettori la spersonalizzazione dell’autore e la scelta di costruire un percorso inverso rispetto a quanto tratteggiato da Panda: rifiutare lo stereotipo per approdare, in modo diverso, all’originalità.

Annunci