Mario Botta, Centro Le Torri: la bellezza è nell’uso di chi la guarda?

Da quando, insieme a mia figlia, ho scelto di candidarmi alle elezioni comunali di Treviso per la lista Impegno Civile, leggo e rifletto sull’atteggiamento che anche i meno sospetti tra i commentatori hanno nei confronti dell’architettura e del suo linguaggio, ritrovandomi a riflettere su alcune questioni.

Partendo proprio dal criticato, odiato, contestato Centro Le Torri sorto nell’immediata periferia della città, dicui si continua a dire “è bruttissimo”. Bruttissimo è una categoria dello spirito, prima che una categoria dell’estetica.
Perchè a guardarlo con occhi disincantati, il Centro, piccolo capolavoro firmato da Mario Botta, tutto è fuorchè bruttissimo: è il risultato raffinato di un’attenta opera filologica sulla struttura semantica della città, di cui ricapitola ogni dettaglio alla luce di una tessitura della frase architettonica di grande finezza.
Ritroviamo, nel centro le Torri, tutti gli elementi caratterizzanti della città, come se l’architetto l’avesse letta, amata e parafrasata: le torri medioevali che ancora punteggiano il centro della città, la piazza che ripropone nella pianta il giro breve delle mura e l’abbraccio metaforico della Piazza dei Signori, la presenza delle acque che l’attraversano simboleggiata anche nei lunghi passaggi fioriti, l’uso intenso del laterizio, che nel Trevigiano sono ancora una delle aziende di punta.

Pure tutto questo viene definito bruttissimo, in forza non della struttura, ma dell’uso scellerato che ne è stato fatto attraverso una politica immobiliare miope che invece di approfittare dell’occasione rappresentata da questa città-frattale della città, attirando all’interno di questa nuove realtà e nuove forze, ha semplicemente trasferito quanto era nel centro al suo interno, di fatto svuotando la città dei suoi contenuti istituzionali: un’occasione persa che si è riverberata sulla valutazione estetica di un intervento architettonico che poteva segnare l’avvicinarsi di Treviso (e per traslato di certe realtà italiane) alle operazioni di ampio respiro che vengono condotte in moltissime città europee.

Norman Foster – Carré d’Art Nimes, France 1984-1993

Se è vero che in Italia è difficile immaginare interventi come quello che a Nimes ha realizzato Sir Norman Foster, avvicinando l’architettura moderna a quella antica senza temerla e senza imbalsamarla in un atteggiamento bibliografico alla Don Ferrante ( e cito Nimes proprio perchè la città francese ha le caratteristiche abitative che la possono avvicinare a Treviso, senza perdermi nel valutare interventi giganteschi come il quartiere della Defense o della Villette a Parigi) è anche vero che la valutazione di un’opera architettonica dovrebbe prescindere dal contenuto che le è stato sovrapposto, contenuto che non siamo in grado nemmeno di ipotizzare fosse chiaro agli occhi dell’autore.

Addossando all’estetica del Centro Le Torri, e a Mario Botta, la colpa dello spopolamento del centro storico trevigiano, di fatto pecchiamo di malafede interpretativa da un lato, dimostrando di non volere o non poter cogliere l’occasione offerta dall’esistenza di un centro moderno in grado di attirare – per la sua unicità – un turismo che non sia quello legato esclusivamente all’idea museale di architettura e cultura, o che non sia biecamente piegato alle tipicità dell’enogastronomia locale: così come chi lo ha gestito pecca nel non aver voluto compiere la scelta coraggiosa di farne un nuovo centro con nuovi contenuti, lo stesso avviene a chi lo rifiuta in nome non del suo significante, ma di un significato sovrapposto e del quale l’architettura è incolpevole e forse violata.

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