Coworking. Il social hub diventa reale

Confesso: la prima volta che ne ho sentito parlare, complice la pronuncia e l’occhio furbo di chi me ne stava illustrando rapidamente le caratteristiche, per me Cowo suonava un po’ come una cosa da Banda Bassotti.
Già mi immaginavo vuotare il forziere di zio Paperone e riempire la roulotte di dobloni e talleri nei quali fare il bagno: di questi tempi – ammettiamolo – un’idea stuzzicante.

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Un benvenuto Cowo. Dov’è il cioccolatino ?

Così mi sono un po’ informata: innanzitutto sulla grafia corretta, e successivamente sui contenuti.
E’ una vecchia idea, il co-working: in Italia arriva nel 2008 l’iniziativa di Laura Coppola e Massimo Carraro, partner di un’agenzia di comunicazione che decidono di offrire parte dei loro spazi milanesi ai co-worker.
Da allora l’esperienza è cresciuta, si è trasformata in una rete e ha acquisito caratteristiche e competenze sempre maggiori, trasformandosi in uno hub per chiunque aderisca al progetto.
Esperienze e competenze che trovate nel blog di Cowo: la parte tecnica lascio sia descritta da chi l’ha pensata, malgrado trovi qualche difficoltà a navigare il blog e a reperire le informazioni (ragazzi.. un paio di breadcrumbs in più non ci starebbero male)

Quello che trovo interessante e che vorrei sottolineare è la struttura semantica dello hub fisico: un luogo di interrelazione che rimbalza, e che nella sua essenza fondamentale smentisce le triste previsioni di chi ha parlato a lungo profetizzando la spersonalizzazione e l’alienazione dei rapporti umani creata dalla rete e dal telelavoro.

Come funziona il coworking

Il modello di riferimento è il vecchio garage dove sono nate le dot com: un luogo fisico dove i talenti si incontrano e condividono uno spazio, generando cortocircuiti virtuosi di competenze ed esperienze, e mettendo in comune capacità.
Un modo per uscire dall’alienazione del lavoro a casa da un lato, dall’altro di condividere progetti  con professionisti che operano in settori afferenti.

La scelta potrebbe essere quella di cercare partner attraverso i normali canali di relazione – o attraverso la rete, per esempio nel caso di chi si occupa di comunicazione, nel forum di Tave – mettendo però in conto la serie infinita di scogli burocratici e di adempimenti di cui madre patria non è mai avara con i suoi figli più promettenti: quel che non ti uccide ti lascia storpio e sanguinante, per dirla come l’ottimo Davide Mana

Il vantaggio di Cowo, e di altri esperimenti simili, consiste innanzitutto nel disbrigo di tutte le pratiche burocratiche: snellendo le procedure semplicemente attribuendole ad altri un libero professionista riesce ad entrare in possesso di una scrivania prima di chiedere la pensione.

Pensato per liberi professionisti – all’inizio soprattutto per persone che lavorano nella comunicazione e nella rete, quelli che girano con il portatile sotto il braccio come un innesto cyberpunk – il coworking strutturato offre la possibilità di avere un luogo fisico in cui lavorare con tutte le comodities relative, dalle sale riunioni alla connessione, e di far parte di una rete che consente di muoversi in tutta Italia. In sostanza un coworker può avere la necessità di un ufficio per breve tempo in una sede diversa da quella in cui opera abitualmente, e poterne usufruire grazie alla partnership.

Coworking come semantica

Il coworking è una concreta possibilità di business, generato dalle interelazioni generate all’interno dello hub: non mette in comune semplicemente luoghi fisici, ma funziona da polo aggregatore di competenze e da snodo: per citare wikiedia “L’attività del coworking è il raduno sociale di un gruppo di persone che stanno ancora lavorando in modo indipendente, ma che condividono dei valori e sono interessati alla sinergia che può avvenire lavorando a contatto con persone di talento”.

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Il mio spazio coworker in Claim. Come si nota, stiamo tutti bevendo un caffè.

Diventa quasi superfluo notare che il grafico strutturale che sottende una gestione del lavoro di questo tipo simuli esattamente il comportamento aggregatore della rete: incontri, relazioni, conoscenze e opportunità di lavoro all’interno dello spazio coworking funzionano allo stesso modo dei rapporti LinkedIN tra persone o all’interno dei gruppi, attraverso l’accettazione della competenza dell’altro, l’offerta della propria competenza, la possibilità concreta che attraverso questi intrecci nascano progetti nuovi e prospettive che non si erano considerate.

Esattamente come nella struttura di una frase complessa, i rapporti generati consentono di trasformare un singolo servizio offerto in una ampia ed articolata offerta di competenze che concorrono alla fidelizzazione del cliente e al ri-posizionamento del business.

I miei “colleghi”

La sede Claim del mio Cowo. Il parcheggio è dietro. Molto capiente.

Il mio spazio Cowo è affascinante: una antica cascina, fabbrica di giocattoli, dove ha sede Claim, immersa nel fascino verde della campagna veneta, lungo la direttrice Treviso – Venezia con le sue ville venete e con la facilità di accesso all’autostrada.
Una sede di charme, un gruppo di creativi al piano di sotto con il quale confrontarsi e dal quale imparare: giovani, energici, entusiasti.
E colleghi di scrivania dalle competenze innovative con i quali creare relazioni:

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Scrivere SEO ci piace davvero? L’antiestetica della servoscrittura.

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Cercando la conferma in rete sulla presenza o meno di alcune ricette che volevo inserire nel mio blog dedicato alla cucina dietetica e trovandone effettivamente qualcuna che ho forzosamente dovuto espungere dalla mia lista (per quanto continui a cucinarle), mi sono soffermata su una riflessione dopo aver letto alcuni blog di colleghi o colleghe webwriter.

Scrivere SEO, controllando la densità delle keywords, inserendo shortcuts e trucchi per ottimizzare la registrazione e l’indicizzazione da parte dei motori di ricerca dei contenuti del blog genera uno stile di scrittura talmente ed esageratamente standardizzato e costretto a ruotare intorno a concetti elementari, che non tiene conto della grazia fatta di arabeschi di una lingua che deve necessariamente, per articolarsi e rendersi comprensibile, enuclearsi attraverso coordinate, subordinate e incisi da dare la sensazione, per chi legge, che non sia di fatto un autore a scrivere, ma una sorta di bot che genera semantiche randomiche sulla base di analisi matematiche del periodo.

La creatività, e l’originalità dei primi blogger si va spegnendo sotto la dura legge dell’indicizzazione, così che invece di dettare lo stile di scrittura non sono più i modi, le letture, i percorsi culturali o le passioni, ma Google: perfetto se quanto vado scrivendo è una sorta di informazione, o di manualizzazione di informazioni.Ottimo se devo spiegare come si riavvia un modem, o come inserisco foto di gattini du Facebook (attività lodevole e primaria), o come prenoto un viaggio on line: per tutte quelle operazioni che non attengono di fatto alla sfera dell’opinione e della creatività, ma si qualificano, in qualche modo, come servizio all’utente, al quale poco interessa leggere qualcosa di interessante/divertente/coinvolgente, ma che usa la rete come un gigantesco manuale di istruzioni per qualsiasi cosa.

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Panda (Google?)

Qualcuno potrebbe dire che scrivere per il web significa piegarsi in ogni caso – a patto di non essere un professionista scelto e pagato proprio per il proprio stile da un newsmagazine o da un quotidiano – scrivere con lo scopo principale di essere letto, e che il metodo migliore per essere letto è quello di risultare bene indicizzato da Panda (ripreso qui a fianco mentre sgranocchia un webwriter) .

Come se di fatto fosse venuto meno il concetto di “cosa scrivo” a favore del concetto di “quanto appaio”.
Una rinuncia d’ufficio allo stile, all’impronta personale e alla scelta di comunicare non per contenuti ma per keywords che potrebbe, alla lunga, generare nei lettori la spersonalizzazione dell’autore e la scelta di costruire un percorso inverso rispetto a quanto tratteggiato da Panda: rifiutare lo stereotipo per approdare, in modo diverso, all’originalità.