Lingue Immaginarie, lingue immaginate: Tolkien e il Trota non son la stessa cosa.

C’è qualcosa che lega Tolkien, i Klingon, The Sims e il Trota: l’uso di una lingua immaginaria, frutto di raffinato esercizio glottotetico. Una lingua che pur assumendo, all’orecchio di chi l’ascolta le cadenze della formazione della frase è una lingua di pura invenzione.

trota

Ovviamente accomunare il Trota a Tolkien non rende giustizia al padre degli elfi e degli hobbit, autore della due più note lingue immaginarie artistiche che siano mai esistite, il Sindarin ed il Quenya.

L’esimio Bossi Jr. infatti si limita a decapitare la formazione della frase o la struttura del sintagma senza fare lo sforzo formale richiesto dalla strutturazione in grammatica della propria immaginazione, mentre non è difficile immaginare Tolkien sepolto nel fango delle trincee che solleva la testa a cercare le stelle decidendo di ribattezzarle per appropriarsene nella disperazione dell’abbandono “elda”. ( di qui “eldar” – il popolo delle stelle – gli elfi.)

L’immaginazione tolkieniana, che tra film e letture in chiave varia dei romanzi ha conosciuto un successo tale da essere nel DNA del fantasy moderno è celebrata in rete non soltanto da dizionari e grammatiche, ma anche dalla possibilità di utilizzare, scaricandoli gratuitamente, i raffinati caratteri elfici nella grafica, sia per quanto riguarda il quenya  che per il sindaryn.

Senza aver la pretesa di occuparmi di glottologia, l’idea di questo post è nata dalla visione di un intervento del Trota su Youtube che mi ha precipitosamente convinto a fare qualcosa di intelligente: staccare dal web e mettermi a giocare con The Sims; probabilmente sotto l’influsso catarchico della lingua norrena di Giussano ho notato come anche i miei Sims parlano una lingua artistica – il Simlish – creata esclusivamente per loro, frutto dell’innesto tra tagalog, ucraino e navajo, lingua nella quale i Depeche Mode cantano una versione di Suffer Well.

Ho ricordato quindi il fantasmagorico “Aga Magéra Difùra – Dizionario delle lingue immaginarie” di Paolo Albani, uscito per Zanichelli nel 1994 e magistralmente censito da Umberto Eco in una delle sue Bustine di Minerva : migliaia di lingue immaginarie da sfogliare per divertimento e per il gusto raffinato della scoperta della lingua come esercizio di logica e di humour.

Gran Burrone

Cosa significa, per restare saldamente ancorati alla leggerezza di questo blog, utilizzare una lingua immaginaria?
Ho la sensazione che il processo di sospensione dell’incredulità, sia da parte dell’autore che da parte del lettore possa essere fortemente influenzato dall’uso di una lingua “altra” rispetto a quella che determina la quotidianità, anche se la lingua “altra” può in alcuni casi avere il suono o l’assonanza con terminologie correnti (penso ad esempio al “Vingardium Leviosa” della Rowley e all’affascinante capitolo sulla pronuncia che l’autrice inserisce all’interno della saga sul celebre maghetto, ma penso anche, per tornare a Tolkien, alla descrizione del suono delle voci elfiche che cantano a Gran Burrone e alle sensazioni che ne derivano: là dove nasce una lingua immaginata non nasce per la scrittura ma per l’ascolto e lo scambio).