Casi di successo: il flash-mob a costo zero (un’esperienza politica)

Nel corso dell’organizzazione della campagna elettorale per Giovanni Manildo, candidato di una consistente coalizione di centro sinistra come sindaco di Treviso, tra gli eventi programmati c’è stato un flash mob di cui ho trovato particolarmente interessanti sia le modalità di realizzazione che le motivazioni sottese, e che trovo esemplificativo di un buon modo di gestire questo genere di eventi spontanei attraverso la rete.

Grandissima parte dell’idea, e dell’organizzazione, sono un merito di Alberto Colla, che ne ha gestito la nascita e lo sviluppo, coinvolgendo alcune persone.

Alberto Colla – Claim.it

Lo scopo
Lo scopo è stato duplice: da un lato far percepire a una città chiusa in un immobilismo morale che qualcosa poteva muoversi in maniera gioiosa, dall’altro far percepire la forza di un gruppo di 160 persone (tanti erano i candidati della coalizione) che attraversando le proprie differenti provenienza politiche si univa per dare vitalità.
La semantica dell’evento era quindi improntata su concetti positivi: non un evento contro, ma un evento per. Un’intuizione attenta dell’orizzonte d’attesa bachtiniano della popolazione, che ha reagito positivamente all’espressione di concetti positivi.

La meccanica
Una meccanica d’azione iper-rappresentativa dei concetti sottesi, che permettesse la percezione del contenuto senza appesantire la forma di ridondanze celebrative: gruppi di candidati e sostenitori delle 5 liste della coalizione, identificati da una T-shirt di colore diverso ma contenente il medesimo messaggio si sono dati appuntamento in 10 punti diversi del territorio del comune di Treviso consegnando un elenco delle richieste dei quartieri al futuro sindaco, per poi riunirsi davanti ad una delle principali porte della città e percorrendo il centro storico convergere nella piazza principale.
La rappresentazione visiva del rimpossessarsi delle strade e dei quartieri esplicitata dall’attraversare compatti gli spazi della città, e il senso gioioso della liberazione incarnato dal liberarsi dei palloncini colorati che ha riempito il cielo cittadino.

L’organizzazione
L’organizzazione dell’evento, che ha visto la partecipazione di circa 700 persone, è stata di una semplicità disarmante, frutto della semplicità di base dell’idea di partenza, che nella sua essenzialità ha trovato la forza di essere coerente, basilare e carica di una forza comunicativa eccezionale, che non solamente ha reso la città il palcoscenico di un evento, ma ha dato ai 160 candidato in corsa per una volta la sensazione di far parte di una squadra, e di una squadra motivata e vincente.
Alberto Colla ha organizzato l’intero evento insieme a poco più che altre tre persone (tra cui c’ero anche io, ed è stata un’esperienza di assoluto e delizioso divertimento), con un totale di 10 mail e qualche telefonata.
La sua grande capacità in questo caso è stata quella di prendere l’idea di uno dei candidati, renderla attuabile, e renderla così semplice da poterla trasformare in realtà con pochi piccoli tocchi.

Il risultato è stato una lezione sull’organizzazione di eventi a costo zero, e un ritorno dal punto di vista dell’immagine e della percezione del prodotto-candidato di altissimo livello: la conferma che la comunicazione sociale e virale si basa su idee più che su investimenti massicci, che necessita di semplicità più che di concetti evoluti, e che deve rappresentare immediatamente e in modo facilmente percepibile i propri contenuti, per parlare all’anima e ai desideri.
Alberto ha colto il desiderio di partecipazione di una grande massa di persone e ha saputo visualizzarlo in un flash mob di alto impatto con attenzione e con maestria.

Il momento finale della staffetta

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Mario Botta, Centro Le Torri: la bellezza è nell’uso di chi la guarda?

Da quando, insieme a mia figlia, ho scelto di candidarmi alle elezioni comunali di Treviso per la lista Impegno Civile, leggo e rifletto sull’atteggiamento che anche i meno sospetti tra i commentatori hanno nei confronti dell’architettura e del suo linguaggio, ritrovandomi a riflettere su alcune questioni.

Partendo proprio dal criticato, odiato, contestato Centro Le Torri sorto nell’immediata periferia della città, dicui si continua a dire “è bruttissimo”. Bruttissimo è una categoria dello spirito, prima che una categoria dell’estetica.
Perchè a guardarlo con occhi disincantati, il Centro, piccolo capolavoro firmato da Mario Botta, tutto è fuorchè bruttissimo: è il risultato raffinato di un’attenta opera filologica sulla struttura semantica della città, di cui ricapitola ogni dettaglio alla luce di una tessitura della frase architettonica di grande finezza.
Ritroviamo, nel centro le Torri, tutti gli elementi caratterizzanti della città, come se l’architetto l’avesse letta, amata e parafrasata: le torri medioevali che ancora punteggiano il centro della città, la piazza che ripropone nella pianta il giro breve delle mura e l’abbraccio metaforico della Piazza dei Signori, la presenza delle acque che l’attraversano simboleggiata anche nei lunghi passaggi fioriti, l’uso intenso del laterizio, che nel Trevigiano sono ancora una delle aziende di punta.

Pure tutto questo viene definito bruttissimo, in forza non della struttura, ma dell’uso scellerato che ne è stato fatto attraverso una politica immobiliare miope che invece di approfittare dell’occasione rappresentata da questa città-frattale della città, attirando all’interno di questa nuove realtà e nuove forze, ha semplicemente trasferito quanto era nel centro al suo interno, di fatto svuotando la città dei suoi contenuti istituzionali: un’occasione persa che si è riverberata sulla valutazione estetica di un intervento architettonico che poteva segnare l’avvicinarsi di Treviso (e per traslato di certe realtà italiane) alle operazioni di ampio respiro che vengono condotte in moltissime città europee.

Norman Foster – Carré d’Art Nimes, France 1984-1993

Se è vero che in Italia è difficile immaginare interventi come quello che a Nimes ha realizzato Sir Norman Foster, avvicinando l’architettura moderna a quella antica senza temerla e senza imbalsamarla in un atteggiamento bibliografico alla Don Ferrante ( e cito Nimes proprio perchè la città francese ha le caratteristiche abitative che la possono avvicinare a Treviso, senza perdermi nel valutare interventi giganteschi come il quartiere della Defense o della Villette a Parigi) è anche vero che la valutazione di un’opera architettonica dovrebbe prescindere dal contenuto che le è stato sovrapposto, contenuto che non siamo in grado nemmeno di ipotizzare fosse chiaro agli occhi dell’autore.

Addossando all’estetica del Centro Le Torri, e a Mario Botta, la colpa dello spopolamento del centro storico trevigiano, di fatto pecchiamo di malafede interpretativa da un lato, dimostrando di non volere o non poter cogliere l’occasione offerta dall’esistenza di un centro moderno in grado di attirare – per la sua unicità – un turismo che non sia quello legato esclusivamente all’idea museale di architettura e cultura, o che non sia biecamente piegato alle tipicità dell’enogastronomia locale: così come chi lo ha gestito pecca nel non aver voluto compiere la scelta coraggiosa di farne un nuovo centro con nuovi contenuti, lo stesso avviene a chi lo rifiuta in nome non del suo significante, ma di un significato sovrapposto e del quale l’architettura è incolpevole e forse violata.