Hashtag, Facebook, SEO: come stiamo imparando a scrivere ?

Gli hashtag su Facebook, ovvero come ricapitolare quel che è successo e capire i perchè.
La premessa è fondamentale: Luisa Bruni è, insieme ad Emma Francesconi e Stefania Lucchetta, la terza grazia del mio trio ideale quando rifletto sul design del gioiello, in parte perchè conosco tutte e tre personalmente, in parte perchè ritengo che in qualche modo l’eleganza, l’ironia, la forza siano in questi anni decisamente “donna”

Plink di Luisa Bruni

Quindi quando oggi si chiedeva, su Facebook, cosa fossero quelle cose sottolineate, m’è venuto spontaneo spiegarle, che significa fare un ragionamento anche sulle dinamiche delle parole della rete.
Innanzitutto, ecco una definizione di hashtag: perchè magari a forza di usarla non sappiamo da dove deriva la parola.
Lo scopo dell’hashtag sembrerebbe quindi quello di offrire la possibilità di rielaborare semanticamente i contenuti di un post per tradurli in centri di interesse: se scrivo di #semantica, e se scrivo per comunicare, utilizzando l’hashtag consento a chi sta cercando informazioni up-to-date sulla semantica di rintracciarle inserendo la parola chiave come ricerca.

E’ una cosa buona: di fatto serve a sistematizzare attraverso concetti il contenuto del post, un po’ come se quando si inizia a scrivere di qualche argomento si avesse esattamente in mente quali saranno i concetti esplicitati, seguendo una traccia ideale.
E’ una cosa pessima: la nuvola di hashtag che è stata generata causa un cortocircuito da sovrainformazione.
Ho fatto la prova utilizzando un termine banale, dal contenuto bi-univoco: #WoW.
Per chiunque è semplicemente un’interiezione atta ad esprimere meraviglia, entusiasmo e piacevole senso di sorpresa.
Per molti è l’acronimo di World of Warcraft, il più diffuso dei MMORPG, e significa ore passate a pestare sulla tastiera alla ricerca della rotazione migliore.
Considerato che l’hashtag è utilizzato per entrambe le definizioni, chiunque cerchi notizie sul proprio amato gioco tra gli hashtag di Facebook non sarà in grado di rintracciare quello di cui ha bisogno, affogato in un mare indeterminato di contenuti che non hanno nulla a che vedere con quello che sta cercando: un surplus di informazione che diventa inutilizzabile.

L’hashtag su facebook genera comportamenti SEO black-hat: quello che Google tenta di frenare attarverso il nuovo algoritmo Penguin 2 (ahahahah, farlo uscire in estate è stata la carognata vera dei ragazzi di Mountain View) diventa pratica giornaliera nei social network: basta fare una ricerca utilizzando termini di ampio spettro (#sesso, #moda) o termini dall’appeal alto sul mercato (#audi, #chanel) per scoprire che la maggioranza dei post che utilizzano gli hashtag sono imbottiti di termini-chiave che hanno poco o nulla a che fare con il contenuto del post, della nota o del link.

Suggerimenti best practice per utilizzare al meglio quello che, vorrei ribadirlo, non è un obbligo ma un’opportunità?
Selezionare con attenzione i contenuti, non infarcire i propri scritti di hashtag casuali, evitare di voler imporre la comunicazione attraverso indicazioni fasulle: nel momento in cui il lettore scopre che l’offerta non ha nulla a che vedere con la sua domanda il rischio è che vada in berserkr.
E a quel punto, l’abbiamo perso.

 

Il Santo Padre fa tweet: l’istituzione antica batte in innovazione le aziende.

Il primo tweet di papa Ratzinger

La notizia è di qualche giorno fa, e sicuramente è stata una delle più discusse degli ultimi giorni, prima che all’ora di cena ci piombasse addosso la caduta del governo Monti e la ricandidatura del vecchio-in-fregola : Papa Ratzinger sbarca su twitter con l’account @Pontifex, offrendosi di rispondere a 3 domande di fedeli nel mondo.
Non staremo a discutere su quello che è imperversato nel web in questi giorni: dall’ironia satirica, con chicche pregevoli, a veri propri insulti o attestazioni di stima e rispetto.

Ma in un colpo solo il Vaticano, istituzione collegata alla più severa delle tradizioni, divora le timidezze e le restrizioni che le aziende italiane continuano a manifestare di fronte al digitale scegliendo di comunicare in tempo reale con i fedeli, che di fatto sono pubblico: dimentichiamoci le vecchine in fila all’ora del Rosario, o i parroci di campagna e proiettiamoci verso l’attualità.

Dall’altro capo della questione, un medico di base, il dottor Vittorio Filippone, decide di utilizzare Twitter per comunicare ai suoi pazienti il tempo d’attesa per la visita, permettendo a chi è in coda nel suo ambulatorio di sbrigare altre incombenze dopo aver “preso il numerino”.

Mentre una delle più antiche istituzioni del mondo, e un piccolo ambulatorio, scelgono di utilizzare i social media per dialogare e rendere un servizio ai propri utenti, le aziende – che di qualificarsi come portatrici di elementi di servizio in una relazione aperta con i propri clienti/consumatori avrebbero tanto bisogno – continuano nel migliore dei casi a utilizzare i social media per “emettere comunicati stampa“, nel peggiore a non utilizzarli per ignoranza, paura e timidezza.

L’alfabetizzazione informatica, che dovrebbe diventare ormai alfabetizzazione social, sembra faticare ad attecchire all’interno delle realtà aziendali, come se la relazione aperta e diretta con un mondo che è il più delle volte immaginario e immaginato rapresentasse esclusivamente un pericolo, come se il cliente o il consumatore dovessero restare, nell’universo aziendale, numeri di una statistica e non trasformarsi mai veramente in interlocutori.